Testimonianze su di loro

Un intercessione di Anna Maria
Mia sorella Vincenza Testa, dopo essere stata operata per carcinoma mammario nel 1989 dal Prof. Veronesi e dopo essere stata sottoposta a radio e chemioterapia, ha periodicamente, nel corso di 7 anni,
continuato a fare dei controlli, che hanno avuto sempre esito negativo.

Nel 1996 improvvisamente si sono manifestati alcuni disturbi (tosse, voce rauca, dimagrimento ed un restringimento dell’esofago) che si sono protratti fino a quando con urgenza è stata ricoverata all’Istituto Nazionale Tumori di Milano. Dopo alcune settimane di accertamenti, presentandosi un caso rarissimo, si rese necessario un altro intervento chirurgico. La situazione era così grave che non fu possibile sottoporla alla chemioterapia. Avevo perso le speranze, così sconfortata mi sono rivolta con tutto il mio cuore alla signora Anna Maria Ritter Inguscio. Avevo sentito parlare di lei e delle sue generose azioni da tante persone che avevano mostrato nei suoi confronti una grande ammirazione. Speravo che le mie preghiere avrebbero concesso a mia sorella almeno la possibilità di curarsi per riuscire a vivere ancora un po’ di tempo. Il giorno di Pasqua andai a trovarla all’Ospedale di Milano, le sue condizioni erano gravissime, ma inaspettatamente durante quella settimana cominciò a migliorare.
I medici stupefatti hanno iniziato la terapia.

Oggi mia sorella ha ultimato le sue cure, si è ripresa molto bene e nel profondo del mio cuore sono sicura che la Signora Ritter ha interceduto per lei.

(da una testimonianza di Giuseppina Testa)


Un’amica d’infanzia
Ho conosciuto Anna Maria Ritter, moglie di Marcello Inguscio, fin da bambina: i nostri nonni, di nazionalità svizzera, erano amici; erano emigrati alla fine del 1800 per cercare lavoro e fortuna in Sicilia.
Anna Maria ed io frequentavamo assieme la Scuola Svizzera di Catania. Poi i nostri ci mandarono in Svizzera per le scuole superiori.
Annamaria andò a Berna e divenne insegnante elementare. Utilizzava il tempo libero per aiutare le persone anziane e bisognose e coltivava il suo amore per la musica. Fece anche un’esperienza a Parigi nell’Associazione dell’Abbè Pierre.
Quando ebbe conseguito il diploma di maestra elementare, ritornò a Catania e fu per alcuni anni maestra dei miei figli. Durante questo periodo Anna Maria conobbe Marcello. Noi eravamo di religione protestante e frequentavamo a Catania la chiesa valdese; Annamaria, come me è poi passata alla religione cattolica. Quando Macello e Anna Maria si sposarono invitarono al matrimonio tutti i loro amici malati e invalidi. Il loro impegno nel sociale, dopo il matrimonio, non diminuì, ma divenne sempre maggiore. Lavorando anch’io nel sociale mi interessai negli anni 1978-1979 dell’inserimento nella realtà sociale dei giovani invalidi e non, senza famiglia, cresciuti negli istituti medico-pedagogici. Venni a sapere di una ragazza, Luisa, il cui primo tentativo di inserimento in una famiglia non era per niente riuscito. Luisa era una ragazza irrequieta, chiassosa e difficile, con delle esperienze in istituto molto negative. Pensai ad Annamaria e Marcello e chiesi loro se volevano fare la prova di accoglierla nella loro famiglia. Accettarono subito e la loro famiglia divenne anche quella di Luisa: la fecero studiare sino a conseguire la
terza media e le diedero una buona educazione. Luisa poi si sposò e si creò una propria famiglia. In quegli anni venni anche a sapere che si era reso libero un villino in via De Logu, adatto ad un’opera sociale. Non avendo io più possibilità di finanziare e di realizzare una casa-famiglia, pensai subito ad Annamaria, che abitava là vicino e aveva accolto altre ragazze invalide a casa sua. Ne parlai con Marcello e Anna Maria e fui molto contenta quando seppi che loro avevano preso in affitto quella casa di via De Logu e ne volevano fare una casa-famiglia per giovani invalide, come poi fecero. Quando Annamaria si ammalò andai a trovarla qualche volta e anche prima della sua morte. Sono rimasta colpita dalla serenità che esprimeva, malgrado tutte le sue sofferenze.

(da una testimonianza di Erika Caflish La Greca)


Un cuore generoso
Ho conosciuto Marcello Inguscio intorno al 1962-63, in occasione della mia frequentazione della Casa  delle Piccole Suore dell’ Assunzione in via Nuovalucello a Catania.
A quei tempi Marcello era l’animatore di numerose attività caritative insieme a Suor Loreta. Io collaboravo con entrambi, mettendo a disposizione le mie conoscenze mediche di studente degli ultimi anni del Corso di Laurea in Medicina. L’impegno di Marcello era costante e appassionato, e numerose erano le situazioni umanamente difficili a cui egli cercava di portare aiuto e conforto, coinvolgendo un gruppo di amici di cui io facevo parte.
Ricordo in particolare il caso di Piero La Piana, un giovane in fase terminale per un tumore renale, che soffriva terribilmente per il dolore e per le crisi di astinenza da un farmaco antidolorifico a cui si era assuefatto. Marcello, in quell’occasione, organizzò un turno di 24 ore su 24 di assistenza al giovane e di conforto alla famiglia, coinvolgendoci tutti, e facendo in modo che Piero e la sua mamma non restassero mai soli con il loro dolore. Questa attività durò alcuni mesi, fino alla morte di Piero; poi continuò il rapporto di amicizia con la famiglia.
Negli anni successivi, io ero già medico e lavoravo in ospedale; sono state numerosissime le volte in cui Marcello mi ha chiesto di aiutarlo per questa o quell’altra persona sofferente. L’ultima volta fu per se stesso, un devastante infarto del miocardio gli procurò un penosissimo stato di insufficienza respiratoria, che non fu possibile risolvere e che lo condusse rapidamente a morte. Io a quell’epoca dirigevo l’Unità Coronaria dell’Ospedale Cannizzaro di Catania, dove Marcello fu ricoverato e assistito, dopo essere transitato dal Pronto Soccorso dello stesso Ospedale. Ebbi così l’opportunità di essergli vicino negli ultimi momenti della sua vita. Quei momenti sono rimasti impressi nella mia mente, e in particolare il fatto che, nonostante la forte sofferenza, non udii un solo lamento venir fuori dalla sua bocca, ma solo una richiesta di scuse per il disturbo che ci procurava. Poi il suo cuore generoso si fermò e non ci fu verso di farlo ripartire.

(da una testimonianza di Vittorio Carini)